Guardare il calendario per conoscere l’avvicendamento delle stagioni rende l’uomo un soggetto osservatore al di fuori dei ritmi naturali (di cui gioisce o si lamenta). Il calendario ti permette di conoscere con largo anticipo quando diminuiranno le ore di luce e caleranno le temperature, per giocare d’anticipo, per attrezzarsi “contro” il tempo.

Se invece osserviamo le piante per comprendere quando una stagione succede all’altra, scopriremo contorni sfumati, nessuna linea di demarcazione netta ma segni inizialmente sporadici mano a mano più frequenti.
Questo invece ci porrà nel mezzo dei ritmi naturali, non dissociato dalle piante e dagli animali.
Saperlo dal calendario è un atto lucido e calcolato, saperlo dalla natura è mettere in campo i sensi, acuirli, sperimentare e memorizzare, produrre un’emozione che diventa ricordo…

Decido di salire verso l’Ermice, tra Montedoro ed il centro storico di Eboli, ho in mente una passeggiata allegra a rivedere i posti della memoria collettiva dove i resti dei mulini fanno intuire l’operosità delle genti del luogo aiutati dalla forza dell’acqua che con salti di quota scorre su bianche pietre calcaree e forma di tanto in tanto piccoli bacini limpidissimi dove i ragazzi da sempre e da aprile si recavano per bagnarsi nelle fredde acque, rituale secolare tramandato dagli avi. Avete mai provato la sensazione di vivere con la leggerezza dell’estate a metà agosto, passeggiando tra ornielli e biancospini, a pochi metri dal torrente, l’incontro con un ciclamino fiorito…cuore in gola.
Non si è pronti ad “uscire” mentalmente dall’estate ma la natura mi presenta l’autunno ad agosto, un anacronismo. E’ come vestirsi da carnevale a Natale, vivo la libertà estiva e vengo condotto da quel piccolo fiore, bellissimo, al ritorno ai libri, al lavoro. NO!!!

O forse sì, si è creato un ricordo la per là pungente ma sarà dolce nel corso degli anni.

L’autunno è bello perché è un ossimoro; dici autunno quando sei nel caldo settembrino, dici autunno quando ti ritrovi ad una settimana da Natale. Eh certo, dicembre con i fiori del verde corbezzolo e delle margheritine belle perenni, il giallo abbagliante dell’acetosella, dicembre così sembra un ponte che ti collega direttamente alla primavera, vedi, sporgiti con la fantasia che si vede già la primavera, è contenuta nelle cose che vedi. Prima però l’autunno ti condurrà per mano verso l’inverno che nemmeno te ne accorgi di aver cambiato mano. L’autunno è riservato, è per chi lo riesce a vedere ed apprezzare.
Continuo a camminare e faccio caso a poche foglie ingiallite a cui non avevo prestato attenzione, la mente si apre e coglie altri particolari, le ombre più allungate e le drupe del biancospino che si ingrossano, noto le costolature sul bianco tronco del carpino che mi riporta alle muscolature in tensione delle statue di marmo opera del genio italico.

Ancora le felci sulle antiche mura e per avere una prova ulteriore dell’incombente autunno, guardo dietro le foglie della capelvenere e trovo le spore rugginose poi alzo lo sguardo e mi godo lo spettacolo della parete in pietra che segue l’antico arco dell’acquedotto medievale ricoperto di muschio e felci, con la cascata che pietrifica tutto ciò che tocca, formando travertino dalle belle forme fossili incastonate.

Le ophrys sono già sfiorite, l’acanto e l’iperico accanto all’elleboro e la vinca si arrampica sulle coste ombrose, tutto è pronto per il salto nella stagione dei colori pastello, tranne io.

Lascio il sentiero dell’Ermice e m’incammino più in basso passando davanti alla badia normanna di san Pietro alli Marmi, e più in basso accanto al castello Colonna, scendo costeggiando il quartiere spagnolo con le sue strette Rua che separano case modeste da palazzi vanvitelliani, gomito a gomito, arrivando al ponte di san Biagio e risalgo fino al santuario di sant’Antonio, ricche decorazioni in marmo, tele e statue ma scelgo di entrare nel convento attiguo e passando per l’anfiteatro ritorno nella natura dei campi una volta curati dall’ Istituto Agrario. Passeggio cercando di abituarmi all’idea del cambio di stagione, al cambio di abitudini e la natura si prende gioco di me ancora una volta, si diverte a confondermi con la fioritura del carrubo, l’albero silenzioso, il longevo e cupo, il duro e dolce, il resistente carrubo. Mi porto sotto la fitta chioma formata dalle coriacee foglie colorate di verde scuro, sembra non cambiare al cambiamento, immobile e coerente, sempreverde, sempre col sole sopra e l’ombra sotto. Alzo gli occhi e mi accorgo che dove non sono arrivate mani sapienti c’è ancora qualche “sciuscella” di color cuoio, matura e gravida di semi. La colgo e subito l’addento, polpa non abbondante ma gustosa, un altro ricordo mi si presenta al palato, caccio il seme duro e poi un altro e un altro e nel palmo della mano ricordo che il nome dei semi è “carato”. E già, si pesava l’oro con quei semi, che variano di poco nel peso, tutti un quinto di grammo. Cos’ho nella mano, molto più di semi, un sistema di misura, un lembo di storia lunga millenni e forse ci sarà nel mediterraneo qualche carrubo che abbia mille anni, intanto mi godo i carrubi di Eboli.

Michele Biondi